vineri, 20 septembrie 2013

La ricchezza e la fede - XXV Domenica (TO/C)

CHE COSA È DA FARE?
La ricchezza e la fede
Am 8,4-7; Sal 112; 1Tm 2,1-8; Lc 16,1-13


Una decisione urge ed è necessaria:
il tempo presente è propizio
per non condizionare più la vita ai beni,
ma per farla dipendere da ciò che si dà.
Cercare e servire i beni
significa arrivare ai patti con la ricchezza,
e quindi diventare schiavi
già dal momento presente.
La parabola fa comprendere, invece,
che amministrare i beni adesso
come dono di Dio
e nella condivisione con i fratelli
porta a creare comunione.

Il contesto: l’amministratore dell’iniqua ricchezza

Nel dialogo tra Gesù e i suoi discepoli sono presenti più domande. Dove si trova la vera ricchezza? Che cosa succede all’uomo ricco che non amministra bene i suoi beni? È possibile ai ricchi scampare alla sorte terribile del giudizio rispetto all’uso inappropriato dei beni posseduti? Come usare i beni per imitare il Padre misericordioso? Gesù risponde alle domande dei discepoli raccontando la parabola dell’amministratore infedele. Egli sottolinea che c’è un’amministrazione corretta dei beni quando questa si trova in un rapporto fraterno con gli altri e filiale con Dio.
Gesù è il Maestro. Egli indica ai discepoli quale è l’uso corretto dei beni.

Alle sorgenti della Parola
I testi liturgici mettono in risalto il tema dell’amministrazione della ricchezza.
  • Nella prima lettura il profeta Amos denuncia l’ambizione e l’avidità dei ricchi a discapito dei più poveri e bisognosi e annuncia: “Il Signore lo giura per il vanto di Giacobbe: «Certo, non dimenticherò mai tutte le loro opere»”.
  • Nella seconda lettura Paolo raccomanda: “Si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio”.
  • Nel vangelo Gesù racconta la parabola dell’amministratore infedele e poi dice: “Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza”.

La prospettiva: “un amministratore”, “cosa farò?”, “non potete servire Dio e la ricchezza”

1. “Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi”
Gesù è ancora alla mensa insieme con i peccatori. Egli finisce il dialogo con “i giusti”, ai quali ha svelato l’amore misericordioso del Padre, e sposta la sua attenzione verso i suoi discepoli. Sentendo le domande dei discepoli sull’uso corretto dei beni, racconta loro la parabola dell’amministratore saggio e furbo che deve lasciare il suo lavoro.

I discepoli sentono l’inizio del racconto che parla di un uomo trovato in un momento decisivo della sua amministrazione, a causa della sua avidità eccessiva e intollerabile. Dalla Scrittura essi conoscono già storie di amministratori, come quelli del re Davide, e sanno che il lavoro amministrativo è legato al denaro, alle ricchezze e al potere, in stretta relazione con situazioni di accumulo, di divisione e di violenza. Insomma, essi sanno che si tratta di un’amministrazione che finisce, per quanto essa sia necessaria al buon andamento della vita. Questa parabola invece sembra a loro oscura, difficile. Essi conoscono bene lo stile di vita del loro Maestro e le sue parole di grazia, di amore e di servizio, e proprio per questo ora cercano di capire, come sarebbe per loro normale, il perché di questa parabola che parla di un amministratore disonesto, al posto di uno fedele.

2. “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione?”
Gesù continua il racconto della parabola. Questo amministratore non solo si dimostra un dilapidatore, ma è anche uno abile nel riconoscere e valutare quanto può tornare a proprio utile o a danno. Egli sa discernere bene i suoi interessi e volge al proprio vantaggio il suo fallimento clamoroso. È certo, le cose non gli vanno bene. La denuncia già è fatta. Di fronte al suo licenziamento imminente per fortuna egli gode ancora del tempo di grazia, tempo per rimediare la sua gestione.

L’amministratore comincia a far fruttificare tutto il tempo che ha a disposizione. Ora cerca di fare di tutto alla luce del suo rendiconto futuro. Praticamente, egli capisce dove è il suo problema: ciò che egli amministra non è suo, ma è parte del tutto, che è sempre del suo signore, il donatore e il condonatore di tutto. Allora cambia totalmente strategia perché vede finalmente che da solo non ce la può fare. Egli sa di non avere tempo per aspettare e che sta giocando tutto. Se prima la sua vita era condizionata da ciò che aveva, ora egli si rende conto che la sua vita dipende da ciò che dà agli altri.”L’accoglienza nelle case degli altri” rimane la sua speranza e il suo rifugio.

Gesù “loda” il comportamento dell’amministratore perché costui ha capito bene che il tempo a lui concesso è il momento favorevole per passare da figlio di questo secolo a figlio della luce. Infatti, è il tempo per farsi amici, e lui l’ha fruttificato nella condivisione dei beni con i fratelli, per arrivare un giorno nelle “dimore eterne” del Padre.

3. “Non potete servire Dio e la ricchezza”
Gesù ha portato i discepoli a conoscere quale è la sua posizione e quale è il giudizio di Dio riguardo all’uso dei “beni” (dal greco “mamōnâs” e con riferimento all’ebraico “amàn”; “i beni guadagnati di cui si ha fiducia”). Ora le domande che ponevano, trovano risposta. L’uso corretto dei beni è sempre al servizio della vita, e crea comunione. Tutti ora sono chiamati ad accogliere con amore i doni del Padre e a discernere in questo tempo di grazia la propria situazione di peccatori in mezzo ad altri fratelli.

Il banco di prova dell’uso dei beni è la fedeltà nel minimo, una fedeltà che consiste nell’amministrare i beni come mezzi allo scopo di vivere in modo sensato. Il molto si vive tutto nel poco! Questo è molto significativo e svela il senso della parabola: l’uomo è solo un amministratore fedele dei beni a lui affidati, e ciò è per vivere insieme ai fratelli “una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio”, e per entrare un giorno nelle “dimore eterne” del Padre.

Perché la vita sia vissuta
(La preghiera della colletta)

“O Padre, che ci chiami ad amarti e servirti
come unico Signore,
abbi pietà della nostra condizione umana;
salvaci dalla cupidigia delle ricchezze,
e fa’ che, alzando al cielo mani libere e pure,
ti rendiamo gloria con tutta la nostra vita”.
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