miercuri, 20 septembrie 2017

Quante volte perdonare? - XXIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

IL SERVO SPIETATO
“Quante volte perdonare?”
Sir 27,33-28,9; Sal 102; Rm 14,7-9; Mt 18,21-35 

Il perdono non ha misure,
ma si trova in una relazione essenziale
con la prassi dell’amore
e con la vita di ogni giorno.
Chi non perdona non si dà pace,
rompe ogni comunicazione con l’altro
e di conseguenza non può vivere.
Chi perdona senza limite, invece,
ritrova ragioni per vivere una vita serena.
Egli sa che il perdono esiste se è ricevuto e dato.

Il contesto: il discorso della comunità
Nella seconda parte del quarto discorso di Gesù, chiamato il discorso della comunità, Matteo approfondisce il tema del perdono delle offese. Tutto inizia dalla domanda di Pietro, il quale chiede a Gesù quante volte deve perdonare al fratello che ha commesso colpe contro di lui. Egli pensa che sette volte sia più che sufficiente. Gesù, invece, lo invita a lasciar perdere la logica dei numeri e di avvicinarsi al perdono nella prospettiva della misericordia. Il Padre celeste non perdona forse sempre tutto a tutti? Perché allora fermarsi a un certo numero e mettere limiti al perdono del fratello? Per presentare il suo insegnamento sul perdono Gesù racconta la parabola del debitore disumano.
Gesù è il Maestro. Egli esorta a perdonare sempre al fratello che ha sbagliato.

Alla sorgente della fede
I testi liturgici mettono in risalto il tema del perdono.
  • Nella prima lettura l’autore sacro elogia la sapienza che viene dalla legge e presenta una piccola raccolta di massime riguardanti il perdono: “Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore? Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati? Se lui, che è soltanto carne, conserva rancore, come può ottenere il perdono di Dio?”.
  • Nella seconda lettura Paolo affronta la contrapposizione tra i deboli e i forti nella comunità dei cristiani di Roma e dice che la vita assume il suo vero senso se è vissuta per il Signore: “Fratelli, nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore”.
  • Nel vangelo Matteo presenta Pietro che chiede a Gesù quante volte deve perdonare al fratello che ha sbagliato contro di lui, racconta la parabola del servo spietato e mostra la risposta di Gesù a Pietro: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”.

La prospettiva: “dovrò perdonare?”, “settanta volte sette”, “ciascuno al proprio fratello”

1. “Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”
Con le sue doti native e con il suo modo di essere, si può dire che il discepolo Simon Pietro abbia conquistato una posizione e un ruolo nel gruppo dei dodici. È già un vero leader. Egli parla e interviene a nome dei discepoli. Infatti, Gesù stesso riconosce un certo ruolo a Simon Pietro, gli dà il soprannome di Cefa, che poi diventa Pietro, e gli promette un ruolo particolare nella comunità dei discepoli.

Ora Pietro si fa di nuovo avanti. Dopo aver sentito l’insegnamento di Gesù sulla correzione di un fratello che ha peccato, desidera sapere come reagire di fronte ad una offesa personale. Egli conosce la pratica giudaica che prevede il perdono per tre volte nel caso di una medesima colpa e ha presente l’insistenza di Gesù sulla riconciliazione, e pensa che si può andare un po’ più in là. Pietro prima domanda a Gesù quante volte deve perdonare a chi lo offende e poi chiede se il numero sette è sufficiente.

2. “Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”
Il sette volte riferito al perdono e ipotizzato da Pietro rimanda alla perfezione, ma implica comunque un limite. Rifiutando la logica dei numeri e dei calcoli quantitativi, Gesù risponde a Pietro: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette”. Egli propone un numero che non potrà mai essere raggiunto, perché il perdono non può essere mai correlato a un numero. Il perdono è illimitato ed è in stretto collegamento con l’amore e con la vita della persona.

Gesù si avvale del contesto creato e invita Pietro e i discepoli a un cambiamento di mentalità. Collegando l’argomento del perdono alla misericordia infinita di Dio, egli racconta una parabola in cui sono protagonisti un creditore e un debitore, ossia un re, chiamato successivamente “Signore”, e un suo servitore, che è un collaboratore ad alto livello. Il re vuole regolare i conti con i suoi servi. Arriva il primo che gli deve diecimila talenti, ossia il debito più grande. È un debito enorme, circa 60 milioni di salari quotidiani. Una somma esagerata. Allora il Signore ordina che il suo servo e la sua famiglia siano venduti e che tutti i loro beni siano confiscati. L’esito della giustizia è purtroppo una situazione disperata. Il servo insolvente non ha alternativa. Egli supplica pazienza e promette di restituire tutto. Ora l’esito della misericordia del Signore è il condono del debito. E solo così il servo può vivere senza sentirsi in colpa. Egli va via e sulla strada incontra un suo collega che gli deve cento denari, cioè il corrispondente del salario per cento giornate lavorative, una cifra trascurabile in confronto alla somma condonatagli poco prima. Dimenticando la misericordia che ha provato, afferra questo suo collega, tenta di soffocarlo, gli chiede di pagare il debito immediatamente. Non sente le suppliche e non ha pietà del suo collega, ma lo fa gettare in carcere perché paghi tutto. Il suo è un comportamento disumano e addolorante, è molto grave, e viene riferito al re, che è il Signore di tutti e due i servi. Il finale è drammatico. Sdegnato, il Signore revoca il condono accordato al servo malvagio e lo getta in carcere per passare tutta la sua vita tra i tormenti.

3. “Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello”
Dalla parabola del servo spietato, raccontata da Gesù, Pietro e i discepoli capiscono che devono perdonare di cuore al proprio fratello, sempre e tutto. Praticamente, nel loro vissuto quotidiano, loro sono in debito con Dio e tutti devono a Dio ciò che hanno, compresa la vita. Non perdonare all’altro blocca la misericordia di Dio e rende impossibile la remissione dei peccati, è ignorare il dono divino. Imitare il perdono ricevuto da Dio, invece, significa riconoscere sia che il perdono ha in Dio la sua origine sia che tutti sono fratelli tra di loro e figli dell’unico Padre celeste. Il perdono esiste se è ricevuto e dato.

Pietro stesso conoscerà il vero perdono. Discepolo perso di fronte alle difficoltà e confuso davanti agli aggressori, ma perdonato da chi lo ha chiamato e ritrovato nello sguardo amorevole di Gesù, godrà il perdono. Piangerà, si alzerà e testimonierà poi l’amore e la misericordia che ha provato. Diventato testimone del perdono, sarà lui stesso un canale dell’amore divino che perdona sempre.

Perché la vita sia vissuta
(La preghiera della colletta)
“O Dio di giustizia e di amore,
che perdoni a noi se perdoniamo ai nostri fratelli,
crea in noi un cuore nuovo a immagine del tuo Figlio,
un cuore sempre più grande di ogni offesa,
per ricordare al mondo come tu ci ami”.

I miei pensieri
Il sette volte riferito al perdono e ipotizzato da Pietro rimanda alla perfezione, ma implica comunque un limite. Il perdono non può essere limitato a un numero perché è in stretto collegamento con l’amore e con la vita della persona. Esiste se è ricevuto e dato.
Diventato testimone del perdono, Pietro sarà lui stesso un canale dell’amore che perdona sempre.
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